L’olio extra-vergine d’oliva? È un farmaco naturale anti-diabete – Repubblica.it

Olio Extra Vergine, un anti diabetico naturale.

L’olio extra-vergine d’oliva? È un farmaco naturale anti-diabete

Uno studio della Sapienza di Roma dimostra che il prezioso “oro liquido” riduce la glicemia ed aumenta l’insulinemia nei pazienti sani

L’olio extra-vergine d’oliva? È un farmaco naturale anti-diabeteROMA – L’olio l’extravergine d’oliva come farmaco naturale contro il diabete. A stabilirlo è uno studio dell’Università Sapienza di Roma, pubblicato su ‘Nutrition & Diabetes’, che ha messo in evidenza gli effetti di un particolare olio extra vergine d’oliva (proveniente dalla zona collinare della provincia di Viterbo) nella prevenzione e nella cura della patologia. Dalla ricerca emerge infatti che l’Evo (una dose di 10 grammi al giorno) si comporta come un antidiabetico orale con un meccanismo simile ai farmaci di nuova generazione, cioè le incretine (ormoni naturali prodotti a livello gastrointestinale che riducono il livello della glicemia nel sangue). L’assunzione di olio extra vergine di oliva si associa, infatti, a un aumento nel sangue delle incretine.

La ricerca è stata presentata questa mattina, alla presenza del rettore Eugenio Gaudio, nella sala multimediale del rettorato di Ateneo, da Francesco Violi, coordinatore dello studio. I risultati di questo lavoro hanno dimostrato che il prezioso “oro liquido” riduce la glicemia ed aumenta l’insulinemia nei pazienti sani – sottolineano gli autori – aprendo interessanti prospettive sul suo uso nei pazienti con diabete, in cui la glicemia post-prandiale può essere molto elevata e potenzialmente dannosa per il sistema cardio-circolatorio. Negli studi finora pubblicati non era stato mai individuato il meccanismo attraverso cui l’olio interferisce con il metabolismo del glucosio”.

Nella ricerca condotta al Policlinico Umberto I-Sapienza Università di Roma è stato analizzato il profilo glucidico e lipidico di 25 soggetti sani randomizzati, sperimentando, con una metodologia ‘cross-over’, la somministrazione di una dose di 10 grammi di olio d’oliva in un pasto con tipico cibo mediterraneo. I ricercatori hanno verificato gli effetti della somministrazione del nutriente sia rispetto a un pranzo nel quale non era presente l’extravergine (I studio), sia rispetto all’uso dell’olio di semi (II studio). Prima del pasto (ore 13.00) e 2 ore dopo (ore 15.00) sono stati analizzati il profilo glucidico dei soggetti (glucosio, insulinemia, ed incretine) e il profilo lipidico (colesterolemia, triglicerididemia e HDL colesterolo).

I risultati della ricerca mostrano che 2 ore dopo il pranzo, i soggetti che assumevano l’olio d’oliva avevano valori significativamente più bassi di glicemia (in media 20 milligrammi in percentuale) e livelli più alti di insulinemia. Inoltre era evidenziato un aumento significativo delle incretine e una riduzione significativa del colesterolo serico. Anche in confronto all’olio di semi, il cibo mediterraneo aggiunto di olio di oliva migliorava la glicemia e il colesterolo post-prandiale nella stessa misura osservata nel primo studio.

“La sperimentazione è stata successivamente effettuata su un campione di diabetici e già i primi risultati sono incoraggianti – osservano gli esperti – Una terza fase di studio prevede la messa a punto di una terapia ottenuta a partire dall’olio extravergine che potrà offrire ai pazienti con diabete farmaci alternativi assolutamente naturali e senza effetti collaterali”.

“Mentre questi dati sono utili per capire il meccanismo attraverso cui l’olio di oliva previene il diabete – spiega Violi – la riduzione della glicemia e del colesterolo post-prandiale apre nuove strade sull’uso di questo condimento nella dieta per prevenire le complicanze cardiovascolari dell’arteriosclerosi. Studi recenti, infatti, hanno dimostrato che i picchi post-prandiali di glucosio e colesterolo sono potenzialmente dannosi nei pazienti a rischio di complicanze aterosclerotiche; ridurne, pertanto, l’entità potrebbe apportare benefici”.

 

L’olio extra-vergine d’oliva? È un farmaco naturale anti-diabete – Repubblica.it.

Prodotti artigianali, cibo a km zero, masserie recuperate: è la Puglia ecosostenibile – Repubblica.it

 

Prodotti artigianali, cibo a km zero, masserie recuperate: è la Puglia ecosostenibile

Alla scoperta della nuova anima della Regione, tra strutture secolari trasformate in b&b e ristoranti con menu basato sui prodotti dell’orto. Città come Bari si visitano anche in risciò e in campagne si gira a cavallo. E chi gestisce un’attività ha in testa una sola parola: qualità

 

di SARA FICOCELLI

Prodotti artigianali, cibo a km zero, masserie recuperate: è la Puglia ecosostenibile.

BARI – Terra forte e asciutta, sole e vento: sono questi ingredienti che favoriscono la produzione di uve sane e ricche di zuccheri. Ne sanno qualcosa i pugliesi, che sulla coltivazione della vite hanno basato, specialmente negli ultimi anni, la propria produzione agricola, trasformando in cultura d’eccellenza una tradizione che ha origini antichissime. Basti pensare che solo nella Terra d’Arneo, quella parte della penisola salentina compresa, lungo la costa ionica, fra San Pietro in Bevagna e Torre dell’Inserraglio, e che nell’entroterra si estende fino a Manduria, Veglie e Nardò, sono presenti cinque zone DOC: Salice Salentino, Nardò, Leverano, Copertino, Squinzano e alcuni vitigni autoctoni tra i più famosi a livello mondiale, come il Negroamaro, la Malvasia e il Primitivo. Fra cascine immerse nel sole, distese di uliveti e fichi d’India, si incontrano circa quindici cantine di eccellenza e alcune delle etichette più conosciute in Salento.

Il volto nuovo della Puglia a km zero

E’ passeggiando tra questi luoghi che si intuisce che il cambiamento è in atto, ora più che mai: la Puglia, malgrado la crisi economica, sta vivendo un momento di profonda rinascita, tutto declinato in base a parole come ecosostenibile, biologico, naturale, a impatto zero. Seguaci della moda o amanti del territorio? La risposta la si trova solo recandosi personalmente a visitare questi luoghi: lo sguardo pieno d’amore dei coltivatori verso la propria terra, la passione con la quale chi produce olio o vino  parla dei propri “figli”, tutto questo si esprime in una lingua sincera, che non conosce compromessi.

 

Ma la rivoluzione non interessa solo i coltivatori diretti. La gente comune, anche chi non ha mai letteralmente preso una vanga in mano, di fronte ai crescenti livelli di disoccupazione e alla mancanza di opportunità di lavoro, invece che chiudersi in se stessa si è guardata intorno, conscia di avere un patrimonio a disposizione. Perché non sfruttare le masserie abbandonate e le case dei centri storici delle piccole frazioni dell’entroterra per realizzare b&b e strutture d’accoglienza di qualità? Perché costruire nuovi edifici, quando si possono semplicemente recuperare quelli esistenti, con un impatto per l’ambiente e il paesaggio pressoché nullo?

 

La rete turistico-ricettiva di Terra d’Arneo è, di fatto, costituita principalmente da residenze in masserie, case coloniche e ville liberty, con un’ospitalità che si articola tra l’aperta campagna, a propensione agrituristica, i centri storici, i borghi rurali e quelli marinari. “Proprio nei centri storici  –  spiega Cosimo Durante, presidente GAL (Gruppo di Azione Locale) Terra d’Arneo – troviamo la maggior parte delle strutture di piccola ricettività, soprattutto affittacamere e b&b. In seguito agli interventi del GAL, la Terra d’Arneo ha implementato la propria dotazione di circa 750 posti letto, di cui 400 distribuiti in 30 strutture agrituristiche e il restante 350 costituiti da ricettività nei centri storici (in 29 affittacamere). Da ricordare la presenza, nel nostro comprensorio, di 5 masserie didattiche che, oltre a fornire ospitalità e servizi ristorativi, svolgono un’importante funzione educativa per grandi e piccini”. In Terra d’Arneo è infatti possibile trovare anche una fattoria sociale che fornisce servizi educativi e riabilitativi (pet therapy, ortoterapia, attività di educazione alimentare, ecc) e rappresenta una particolare forma di ricettività, e molto interessanti sono anche le prospettive di sviluppo per il turismo scolastico, proprio in riferimento a queste strutture.

 

Fra tutti, però, è il settore ristorativo il vero ponte con il passato, in quanto interamente basato sull’elaborazione di piatti semplici della tradizione contadina. Tantissimi sono gli agriturismi, in Puglia, che propongono ogni giorno piatti della tradizione locale a base di verdure di stagione e formaggi locali, con l’utilizzo di olio extravergine d’oliva e vino autoprodotto o proveniente dalle rinomate cantine locali. E non è tutto. Gli edifici sono interamente costruiti con materiali del posto (dal legno di ulivo alla pietra leccese) e arredati con oggetti di artigianato artistico realizzati in zona. Insomma, l’apoteosi del concetto di “chilometro zero”.

 

“Certamente la Puglia ha cambiato passo  –  continua Durante – facendo della identità e tipicità il proprio punto di riferimento per il rilancio di un settore che ha grandi potenzialità. La politica del Km Zero viene messa in primo piano come valore aggiunto di un territorio che esprime qualità”. Purtroppo, pur con le attenzioni del caso sempre crescenti, sono ancora poche le realtà locali che al momento possiedono la certificazione per le produzioni biologiche, e si tratta principalmente di olio extravergine d’oliva e altri prodotti quali ortaggi, verdure, confetture, conserve. L’enogastronomia tipica, il clima piacevole in ogni stagione, il paesaggio rurale, la bellezza dei centri storici, gli eventi piccoli e grandi che non conoscono stagionalità contribuiscono però a far passare in secondo piano questo piccolo problema.

 

Anche perché, laddove manca il riconoscimento da parte dello Stato o degli enti certificatori, arriva quello dei consumatori: la Cantina Moros di Claudio Quarta, ad esempio, è sostenuta da un’idea concettuale unica nel suo genere, che ogni anno attrae migliaia di visite: un vigneto, situato in prossimità della cantina in agro di Guagnano; una cantina, minuscola ma modernamente attrezzata, ricavata da una cantina cooperativa degli anni ’60, con bottaia ipogea; un vino, il Salice Salentino Riserva, che rappresenta al meglio cultura e tradizioni locali, prodotto dalla maggiore cantina Tenute Emera situata a Lizzano (TA). La cantina Moros è nata esclusivamente per la produzione di questo vino e rappresenta solo una delle tante “chicche” che si possono trovare in zona. C’è poi la Castello Monaci S. r. l., che ha da sempre cercato di valorizzare i vitigni autoctoni per difendere il territorio e le sue denominazioni principali e i cui prodotti sono composti da uve del territorio quali il Primitivo, il Negramaro e soprattutto la Malvasia Nera di Lecce, con vitigni di oltre 35 anni di età. Con 210 ettari di vigneto, seguiti personalmente dalla famiglia, i proprietari garantiscono una cura maniacale della materia prima, e questo rappresenta un indiscutibile valore aggiunto per il consumatore. “Senza contare  –  aggiunge il presidente Vitantonio Seracca Guerrieri  –  che disponiamo delle più moderne tecniche di vinificazione e questo incontro tra l’artigianalità della materia prima e la modernità delle tecniche di vinificazione rende speciali i nostri prodotti”.

 

Dal vino alla birra, l’universo dei punti di forza della “nuova” Puglia è sconfinato. Tanto che ogni anno, a dicembre, presso la Fiera del Levante di Bari si organizza la “Luppolata”, manifestazione interamente dedicata alle birre artigianali qui prodotte, di altissima qualità, che si assaporano dal vivo fermandosi, ad esempio, nel Birrificio BAS, in provincia di Taranto, gestito con professionalità e amore per il luppolo dal mastro birraio Alessio Stefanelli, o al Beershop Barbarossa, che produce bevande gradevoli al gusto e alla vista, grazie alle preziose decorazioni delle bottiglie, ispirate alla tradizione religiosa, come la San Nicola (patrono di Bari).

 

La qualità e l’attenzione per l’ecosostenibilità si incontrano sempre più frequentemente muovendosi fra Taranto (imperdibile il meraviglioso Museo Nazionale Archeologico, appena rinnovato), Martina Franca e Cisternino, dove spiccano ristoranti tipici affacciati sul mare, perfetti per gustare, con pochi euro, ottimi piatti di tubetti e cozze e vassoi del pregiato capocollo locale, e si toccano con mano passeggiando a cavallo tra gli ulivi secolari.

 

Tra una gita in campagna e una visita della città di Ostuni con pranzo in uno dei suoi splendidi ristoranti di design, tutti con menu a chilometro zero, la Puglia rivela insomma il suo volto nascosto, quello che va oltre i fumi dell’Ilva e gli scandali politici, plasmato dai veri protagonisti di questa rivoluzione: i pugliesi. Che mai come oggi hanno voglia di riscattarsi, e mai come oggi hanno le carte in regola per riuscirci. A Bari è possibile visitare in risciò il centro storico, fermandosi per la degustazione in uno dei tanti ristoranti che ancora producono orecchiette fatte a mano, e dopo aver visto il capoluogo non si può non visitare uno dei frantoi di Bitonto e il birrificio I Peuceti, altre due perle di qualità e valorizzazione del territorio. Dimenticate, insomma, le brutte notizie registrate su questa regione meravigliosa, resettate tutto, e immergetevi nella sua nuova vita. Vi conquisterà.

 

 

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L’olio d’oliva solidificato che si spalma come il burro – Corriere.it

L’olio d’oliva solidificato che si spalma come il burro

Brevettato all’università della Calabria da un team composto solo da ragazze che farà nascere una startup. Obiettivo: puntare al mercato dei fast food. Il prodotto è vegetale e adatto alle diete di celiaci e vegani

di Camilla Pisani

Dall’università della Calabria arriva una tecnica innovativa per solidificare l’olio di oliva, tramite un processo che si chiama di organogelazione. In questo modo l’olio si potrà spalmare come il burro e arriverà presto sul mercato, a partire dai fast food. Gel Oil è frutto di una rivoluzionaria scoperta nel campo dell’industria alimentare messa a punto da un team di dieci ingegneri chimici dell’università della Calabria. Tutte ragazze. Il gruppo di ricerca è riuscito a creare un prodotto alimentare a base di olio extra vergine di oliva portato allo stato quasi solido. Questo risultato è frutto di un lungo lavoro svolto dai ricercatori che operano nel laboratorio di Reologia ed Ingegneria Alimentare dell’ateneo, diretto dal professor Bruno de Cindio, tra cui il dottor Domenico Gabriele e le due research fellow Francesca Lupi e Noemi Baldino.

Condimento in gel

A seconda del grado di solidificazione, il nuovo olio può assumere due consistenze decisamente differenti dalla classica forma liquida alla quale siamo abituati. Un gel, a cui è stato dato il nome di «Gel Oil», con cui è possibile condire insalate o altri cibi, e una crema, ribattezzata «Spread Bio Oil», da spalmare, per esempio, sul pane. Una scoperta che è valsa al gruppo il primo posto allo StartCup Calabria 2014 e una menzione speciale, il Premio Bacchiddu, al premio nazionale per l’Innovazione di Sassari, lo scorso dicembre.

Il processo di organogelazione

L’innovativa tecnica utilizzata dalle ragazze prende il nome di «organogelazione» e consiste nello sfruttare alcune molecole note nell’industria alimentare, come gli emulsionanti, che, sottoposte a particolari condizioni di temperatura e ambiente, si amalgamano tra loro formando dei reticoli. In questa struttura a rete, l’olio resta «intrappolato» cambiando consistenza e tramutandosi, in un primo stadio, in gel e, in un secondo stadio, in una crema. L’innovazione è stata brevettata a livello europeo per tutelarne la composizione.

Extra vergine al rosmarino

«La ricerca aveva come obiettivo trovare un sostitutivo salubre del burro e della margarina – spiega la dottoressa Lupi – la tecnica messa a punto ci soddisfa in pieno perché non comporta un’alterazione chimica della composizione dell’olio: è un processo fisico, perciò le proprietà organolettiche rimangono intatte, senza aggiunte di conservanti artificiali». La materia prima utilizzata è olio extra-vergine d’oliva proveniente dagli uliveti della piana di Sibari, che può essere aromatizzato con erbe del Mediterraneo, anch’esse tipiche della Calabria, come limone, peperoncino e rosmarino. Ma tra gli indiscutibili vantaggi della nuova consistenza assunta dall’olio c’è anche la praticità delle bustine monouso in cui viene distribuito, che permettono di condire un piatto senza il rischio di ungersi. In sostanza, da oggi, le salse ricche di grassi e conservanti hanno un’alternativa salutistica, facile da utilizzare e realizzata con materie prime di alta qualità.

Sbarco nel «ready to eat».

Un prodotto innovativo, che valorizza il territorio, pratico e versatile. Interamente vegetale e adatto alle diete di celiaci e vegani. L’insieme di queste caratteristiche rende Gel Oil decisamente appetibile sul mercato. Infatti, a breve, le dieci ragazze costituiranno una società, che sarà incubata presso il Technest dell’università della Calabria, per continuare la messa a punto del prodotto ed avviare collaborazioni finalizzate al lancio sul mercato. La destinazione finale pensata dalle ideatrici è, principalmente, il fast food, dove l’utilizzo di salse e condimenti è indispensabile. «La nostra idea soddisfa perfettamente le esigenze di un nuovo profilo di consumatore», sostiene Valeria Greco, una degli ingegneri che ha contribuito allo studio e prossima al titolo di dottore di ricerca, «la maggior parte delle persone, oggi, è costretta a pranzi veloci, ed è sempre più orientata a comprare prodotti “ready to eat” ma, allo stesso tempo, non vuole rinunciare alla qualità e al gusto di ciò che consuma». E in direzione dell’industria alimentare sta andando anche Spread Bio Oil, per cui è stato istituito uno spin-off universitario per l’arrivo sul mercato del nuovo olio in crema.

L’olio d’oliva solidificato che si spalma come il burro – Corriere.it.

Valsinni, in Basilicata il borgo della poesia

 

Borgo di Valsinni di notte<br>

Castello di Isabella Morra, Valsinni
06.03.2015

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Valsinni, in Basilicata il borgo della poesia
Il piccolo paese in provincia di Matera è stato teatro di uno degli episodi più romantici e struggenti della storia della Basilicata
AUTORE: FLAMINIA GIURATO

Ha una grande storia da raccontare il borgo di Valsinni, in provincia di Matera, un paesino situato nella valle del fiume Sinni dove i vicoli medievali ai piedi del Castello di Morra sono collegati da particolari passaggi coperti a volta, chiamati gafii, e il parco cittadino è dedicato al suo personaggio più illustre, la poetessa Isabella Morra figlia del feudatario del Castello. Proprio intorno all’antico maniero, che risale ad una preesistente fortificazione dei primi anni dopo il 1000 e dove sono visitabili alcune stanze che conservano l’arredamento interno dell’epoca, si sviluppa la parte storica del paese in cui si trova anche la Chiesa Madre di Santa Maria Assunta, anch’essa ricostruita su una precedente struttura di epoca medievale.

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Con il suo Parco Letterario Valsinni si propone come meta di autentica scoperta per tutti coloro che vogliano trovare l’occasione giusta per vivere emozioni uniche, magari in coppia, lasciandosi trasportare dagli incanti poetici del luogo attraverso le piccole viuzze che si snodano tra i palazzi antichi e gli angoli suggestivi che attendono solo di essere esplorati. La piccola località lucana, quasi sperduta ai più, si svela pian piano con la sua struggente storia, essendo stato teatro di uno degli avvenimenti più romantici della regione. La sua protagonista, Isabella Morra, visse qui una vita infelice e turbata da assidui distacchi e privazioni affettive, con il padre che la lasciò quando aveva solamente otto anni e la madre che soffriva di nervi e che trascorreva buona parte delle giornate rinchiusa nelle sue stanze. Ecco come Isabella si isolava nel suo mondo grazie alla poesia e alle amate letture, passione che si rivelò per lei fatale, in quanto un suo educatore di nome Torquato, notando in lei l’amore per la letteratura e la poesia, le favorì una relazione epistolare con un cavaliere e poeta spagnolo, Diego Sandoval De Castro, marito della nobildonna Antonia Caracciolo, amica della stessa Isabella.

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L’innocua ma fitta corrispondenza epistolare tra i due alimentò le maledicenze locali e fu cosi che i fratelli della poetessa attuarono la tremenda vendetta: De Castro fu brutalmente assassinato e anche la stessa Isabella trovò la morte per mano dei suoi fratelli, a 25 anni e senza nessuna colpa. La sua triste storia è racchiusa nei componimenti poetici rinvenuti in seguito alla sua morte, che constano di dieci sonetti e tre canzoni. Il Parco Letterario di Isabella Morra, meta aperta tutto l’anno ma che in estate si anima con spettacoli teatrali, musiche, mostre d’arte e d’artigianato, visite guidate al castello e itinerari ispirati alla vita e ai versi della giovane Isabella Morra, è il luogo ideale per decantare le poesie di questa voce femminile del Cinquecento che ancora riecheggia tra le mura del castello di Valsinni.

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Fu Benedetto Croce che rivalutò l’importanza della storia di Isabella Morra, spaccato del suo tempo e della sua terra, e la sua poesia che, come afferma lo stesso filosofo, contiene quell’immediatezza passionale e quell’abbandono al sentimento che sono la virtù della migliore poesia femminile. Proseguendo poi la visita attraverso i vicoli del borgo è facile incontrare i cantastorie che narrano proprio le vicende della “poetessa triste”, regalando ancora più suggestioni assieme alle luci fioche e alle straordinarie vedute che si aprono agli occhi di chi intraprende un vero viaggio nel tempo in questo gioiello della Basilicata. Viaggio che continua a soddisfare anche il palato mentre si assaporano le prelibatezze locali, magari alla Beccheria del Feudo (Via Mentana 10) che rende omaggio all’eccezionale cucina lucana in una location dall’atmosfera indimenticabile.

 

 

Valsinni, in Basilicata il borgo della poesia.

I «superpoteri» dell’olio di argan – Corriere.it

Per curare le bruciature del conte ungherese László Almásy (l’attore Ralph Fiennes ) i berberi usano l’oro del deserto. L’unguento miracoloso de «Il paziente inglese» (film del 1996 diretto da Anthony Minghella) è l’olio d’argan. L’ingrediente più gettonato dalla cosmetica per le proprietà antiossidanti, idratanti, emollienti e curative, in realtà, non è molto conosciuto. Cos’è e come si usa? Il suo olio è naturale, viene estratto a freddo dai frutti dell’argania spinosa, albero della zona Sud-ovest del Marocco, tra Essaouira, Taroudant e Tiznit, ai confini del Sahara occidentale. Servono più di 100 chili di frutti per ottenere un solo litro di olio d’argan (in media cinque-sei alberi) ecco perché è così prezioso e particolarmente raro e costoso. I mille impieghi ne fanno un prodotto estremamente versatile, un toccasana per la cura della pelle e di alcune patologie del corpo. Deve la sua efficacia all’alta concentrazione di acidi grassi insaturi e di vitamine (A, F ed E) che contribuiscono al benessere dell’organismo e al rinnovamento cellulare. Il colore dell’olio e il suo uso cambiano in base alla tostatura dei noccioli. Quello cosmetico ha una colorazione più chiara, mentre, il più scuro, dal sapore più deciso, è utilizzato anche per uso alimentare e per condire i cibi della tradizione marocchina.

«Una delle qualità più apprezzate dell’argan è quella di idratare profondamente senza ungere — spiega Ciro Vestita, docente in Alimentazione e fitoterapia all’Università di Pisa — . Le popolazioni berbere lo usano da sempre come difesa dal sole. È in prima fila per il suo forte potere emolliente, capace di penetrare in profondità nell’epidermide. Infatti, il miglior rimedio per la pelle secca è aggiungere quattro cucchiai di “oro del deserto” nella vasca da bagno. L’emulsione idraterà con efficacia i tessuti e svolgerà un’attività di ringiovanimento della cute (levigata e priva di impurità)». Gettonatissimo per i capelli «con impacchi contro la secchezza e come rimedio alle troppe tinture — continua Vestita —. E, pare, che usato come pediluvio favorisca il relax: in quattro/cinque litri di acqua tiepida aggiungere cinque o sei cucchiaini di olio. Rimanere in ammollo almeno venti minuti, tempo necessario per permettere alle molecole calmati di agire».

È la soluzione anche alle smagliature post-gravidanza, è un coadiuvante per i massaggi (si assorbe rapidamente e non necessita di un massaggio troppo intensivo sulla pelle) e diventa uno scrub naturale per il corpo (mischiato al sale grosso da cucina) o per le labbra (con lo zucchero di canna) . In campo medicinale ha un alto potere cicatrizzante e disinfettante. Si applica su bruciature e scottature (ideale come doposole), ma anche per curare la psoriasi, di cui riduce il senso di prurito e la conseguente desquamazione cutanea. Per il suo odore deciso, spesso è abbinato ad altre sostanze oleose più aromatiche, come la mandorla dolce o la rosa canina.

I «superpoteri» dell’olio di argan – Corriere.it.

Olio d’oliva: con le fatture false si tarocca il Made in Italy – Repubblica.it

La crisi delle coltivazioni tricolori porta a truffe eclatanti. La testimonianza dei produttori calabresi Taccone-Acton, eredi di stirpi nobili che si sono dedicati all’olivicoltura (e non solo). Intanto l’olio fasullo fa giri molto larghi: dei sei milioni di quintali che arrivano sulle nostre coste a bordo di navi turche e tunisine, almeno due riescono dalla Penisola con l’etichetta taroccata di made in Italy e vanno a invadere i mercati americani e europei.

MILANO – Sarebbe stata un’ottima annata, ma la mosca olearia e la siccità hanno fatto strage. E gli imbroglioni sono al lavoro. “La truffa è in atto: ci sono navi nel Mediterraneo alla ricerca di documenti falsi per entrare in Italia dalla Tunisia o dalla Turchia con olio prodotto laggiù”. L’allarme lanciato dalla Coldiretti sulle conseguenze nefaste del crollo di produzione dell’olio d’oliva in Italia nell’annata 2014, trova conferme precise nella testimonianza di un importante produttore calabrese, il marchese Pierluigi Taccone, a capo dell’azienda agricola Acton di Leporano, 300 ettari nella piana di Gioia Tauro.

A permettere la truffa, afferma, sono gli stessi olivicoltori. Le regioni pietra della scandalo sono la Calabria e la Puglia. Chi vuole integrare i propri guadagni vende fatture false. Ad ogni quintale di olio prodotto sulla carta in Italia, corrisponde altrettanto olio estero di varia natura: se va bene è di oliva, sennò di semi o prodotto dalle sanse, cioè con gli scarti. Un documento contabile procurato di frodo diventa la certificazione di provenienza. Attraverso le fatture false entra in Italia olio cattivo e ne esce in piena regola, come raccolto e molito nei frantoi italiani.

“Il fenomeno della truffa quest’anno è più eclatante – spiega Taccone – perché a fronte della domanda annuale di circa sei milioni di quintali, la campagna olearia in Italia ha fruttato appena un milione di quintali. Il consumatore quindi o deve ridurre l’uso dell’olio d’oliva o adeguarsi ad acquistare quello che capita, ma si acquista olio che vale meno e di bassissima qualità. Se poi lo si acquista come olio italiano, la truffa è bella e servita. Sia in Italia che all’estero”.

Parassiti e siccità che hanno decimato le produzioni quest’anno, non hanno impedito a Taccone, sua moglie, la blasonata principessa Maria Eleonora Acton di Leporano, e i due figli Pietro e Francesco, tutti al lavoro nell’azienda agricola, di ottenere un ottimo risultato. “Abbiamo prodotto 2000 quintali di olio extravergine di qualità, in media con gli anni scorsi, che in termini di valore corrispondono a un milione e cento euro – dice Taccone, esperto agronomo -. La nostra produzione è rivolta al mercato italiano ma anche all’estero: Germania, Inghilterra, Danimarca, Polonia, e stiamo cercando nuovi sbocchi e canali negli Stati Uniti”.

Olio d’oliva: con le fatture false si tarocca il Made in Italy

La Calabria, con 160 mila ettari di oliveti è la seconda regione italiana per l’olio dopo la Puglia, poi viene la Sicilia con 50 mila ettari. Cinquemila piante di ulivo storiche e 25 mila ulivi giovani, nell’azienda agricola Acton. “Uno dei motivi per cui siamo riusciti a produrre anche quest’anno – racconta l’imprenditore – è l’aver rinnovato per tempo gli alberi, piantandone di più piccoli per agevolare la raccolta, utilizzando le stesse varietà locali per non deviare dalla vocazione del territorio, ma integrati con qualche tipologia simile. Abbiamo ottimizzato i costi di lavorazione e della raccolta e della capacità di proteggere le piante dal punto di vita fitosanitario”.

Intanto l’olio fasullo fa giri molto larghi. Dei sei milioni che arrivano sulle nostre coste a bordo di navi turche e tunisine, almeno due milioni riescono dall’Italia con l’etichetta taroccata di olio made in Italy e vanno a invadere i mercati americani e europei.

Olio d’oliva: con le fatture false si tarocca il Made in Italy

“La questione fondamentale è che la olivicultura in Italia è concorrente di paesi più poveri del nostro che lavorano a costi molto più bassi. Noi quindi non siamo competitivi e viviamo una situazione di crisi endemica. Gli olivicultori che in anni passati hanno truffato con le integrazioni della Comunità europea, adesso che le condizioni sono più restrittive nei controlli visto che c’è maggiore tracciabilità, usano questo altro metodo per far quadrare i conti delle aziende”.

L’azienda agricola della famiglia Acton, di origine inglese e trapiantata a Napoli e in Calabria, ha radici nel Settecento, residuo dei latifondi diffusi in quell’epoca. Apparteneva ai Grimaldi di Genova che dai Borbone avevano ottenuto il feudo di 40 mila ettari, un’estensione che andava dalle coste dello Ionio a quelle del Tirreno. Un primordiale esempio di welfare agricolo, con nuclei di case per l’amministrazione, ricoveri dei mezzi agricoli, e altre costruzioni che ospitavano gli operai e le loro famiglie, l’asilo nido per i piccoli, la scuola, il panificio, il barbiere. La principessa Teresa Grimaldi morì durante il terremoto del 1783 sotto le macerie della sua casa a Cittanova. Nel corso degli anni il feudo venne frazionato nella coltivazione di lino, canapa, del baco da seta e verso la metà dell’Ottocento vocato ad uliveto.

Nell’evoluzione fino ai giorni nostri, l’azienda ha mantenuto un’organizzazione delle strutture legata a quella del Settecento. Quest’anno, nella tenuta “La foresta” e nel borgo di “Cannavà”, si è chiuso un bilancio con un fatturato di un milione e mezzo. Olio extravergine che ha sull’etichetta lo stemma dei due leoni rampanti per mercati di nicchia, grande ristorazione, negozi per gourmet, famiglie. “Abbiamo cominciato col porta a porta, vendendo ad amici, in un contesto di competitività molto serrata, per un consumatore che premia la qualità ed è disposto a pagare un prezzo più alto”, dice la principessa Acton che cura il versante commerciale. Dei 300 ettari, una ventina sono destinati alla coltivazione dei kiwi. Verdi, ma in particolare quelli a polpa gialla, cultivar Jintao (frutto d’oro), una specialità importata da Nuova Zelanda e Cina, piantati i 60 mila ettari in tutto il mondo.

Alla “Foresta” se ne producono quattromila quintali l’anno, “è un prodotto raro, costa tre volte i kiwi verdi, che richiede cura e molta manodopera”, spiega Taccone, anche membro dell’accademia dei Georgofili, fondata dal Granduca di Toscana, in cui esperti agronomi e imprenditori studiano l’agricoltura e offrono indirizzi per una corretta gestione della campagna.

Olio d’oliva: con le fatture false si tarocca il Made in Italy – Repubblica.it.

Olive come diamanti, scortate contro i furti – Repubblica.it

Olive come diamanti, scortate contro i furti

Coldiretti lancia l’allarme: è boom di furti nelle campagne, dove i ladri rubano raccolti e fusti di extravergine, con centinaia di quintali di prodotto spariti dalle aziende e dagli uliveti

di MONICA RUBINO

ROMA – L’anno nero delle olive italiane si può riassumere in un’equazione matematica: pioggia estiva uguale clima caldo umido, uguale habitat perfetto per la mosca dell’oliva, uguale anticipo della raccolta per sfuggire al parassita, uguale minore resa e qualità a rischio. Risultato: una campagna olearia drammatica da sole 300mila tonnellate di olio contro le 464 mila indicate dall’Istat per il 2013, circa il 35% in meno rispetto allo scorso anno, secondo le stime Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo), con un impatto inevitabile sui prezzi schizzati del 40 per cento in una sola settimana, come afferma Coldiretti sulla base delle rilevazioni alla borsa merci di Bari.

INCHIESTE L’anno nero dell’olio italiano


Allarme furti. Ma l’associazione degli agricoltori lancia l’allarme anche rispetto a un altro preoccupante fenomeno, ossia quello dei furti nelle campagne, dove i ladri rubano dalle olive ai fusti di extravergine, con centinaia di quintali di prodotto spariti dalle aziende e dagli uliveti. L’associazione dei coltivatori diretti denuncia veri e propri raid di squadre organizzate, che in un’ora riescono a raccogliere oltre un quintale di olive, mentre trafugare una cisterna piena di olio può portare un bottino di oltre 200mila euro. “Nel giro di pochi giorni – sottolinea la Coldiretti – le forze dell’ordine hanno effettuato decine di arresti ma i tentativi di furti continuano, tanto da aver spinto alcuni agricoltori ad organizzarsi con ronde, mentre altri si sono affidati a istituti di vigilanza, con i camion che trasportano l’extravergine scortati dalla polizia”. 

Olive come diamanti dunque, scortate contro il moltiplicarsi dei tentativi di furti che sono ora all’ordine del giorno dell’analisi dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare promosso dalla Coldiretti anche perché il prodotto sottratto alimenta una filiera illegale che provoca danni economici ma anche rischi per la salute.

Ad essere colpite sono particolarmente le campagne pugliesi dove si concentra la maggioranza della produzione italiana, ma non solo. In provincia di Foggia una banda di bulgari si era organizzata per ripulire gli uliveti della zona di Cerignola, prima di essere fermata dalle forze dell’ordine. Poco distante operavano altre due squadre, travolta composte da rumeni, anch’essi sorpresi a “ripulire” alberi di olive. Stessa dinamica, ma con italiani protagonisti, nei territori di Bari e Barletta, dove sono finiti in manette cinque persone, che in due distinti colpi hanno portato via 5 quintali di olive. Ladri in azione anche nel Trapanese, dove otto persone hanno cercato di rubare addirittura all’interno di un terreno confiscato alla mafia ma sono state sorprese dai carabinieri. Ma i furti non hanno risparmiato neppure il resto della Penisola. In Liguria gli agricoltori sono stati costretti a organizzarsi per difendere le preziose olive taggiasche, vanto della Riviera di Ponente, dalle mani dei banditi. E pure nelle Marche, nel Maceratese, due persone sono state arrestate dopo ave rubato oltre cinquanta chili di olio. 

Considerata la gravità del fenomeno, Coldiretti ha chiesto alle Prefetture sul territorio un intervento per il pattugliamento delle strade più sensibili, per proteggere il transito di tir con a bordo cisterne di olio extravergine, e una più massiccia presenza di forze dell’ordine nelle campagne. Ma si pensa anche all’installazione di videocamere negli uliveti che in Italia contano su un patrimonio di circa 250 milioni di piante su 1,1 milioni di ettari di terreno. 

Cali dei raccolti regione per regione. Una situazione determinata dall’aumento delle quotazioni che, come abbiamo già accennato, hanno raggiunto la cifra record di 7 euro al chilo alla borsa merci di Bari per effetto del crollo della produzione nazionale. A pesare sul risultato nazionale sono Puglia e Calabria per le quali si attende una produzione decurtata di più di un terzo rispetto allo scorso anno. A mitigare, in parte, tale risultato c’è la Sicilia la cui flessione è attesa a meno 22 per cento. Ma è in tutto il Sud che si attendono cali a due cifre con punte di  meno 45 per cento per Basilicata e Abruzzo e meno 40 per cento per la Campania. Nel Centro Italia ed in Liguria si attende una produzione quasi dimezzata e anche nelle regioni del Nord si prevedono quantitativi molto al di sotto dello scorso anno. In questo quadro fanno eccezione la Sardegna, dove si stima un aumento del 30 per cento rispetto ad un 2013 di scarsissima produzione, e il Piemonte, con un incremento del 40% anche se parametrato a quantitativi limitati.

L’impegno dell’industria olearia. Visto che il fabbisogno italiano di olio di oliva ammonta a circa 1 milione di tonnellate, bisognerà importare l’olio dall’estero. Cosa che si è sempre fatta, peraltro. Ma quest’anno i quantitativi importati saranno maggiori: 700mila contro le 481.392 tonnellate del 2013. Anche in Spagna, che è tradizionalmente un fornitore dell’Italia, il raccolto è dimezzato sotto il milione di tonnellate. Quindi, Grecia e Tunisia saranno le nostre principali fonti di approvvigionamento, come confermano le industrie dell’olio Assitol (Associazione italiana dell’industria olearia) e Federolio(Federazione del commercio oleario), che hanno sottoscritto un impegno ad assicurare ai consumatori la selezione degli oli qualitativamente migliori. 

Dalla pianta alla bottiglia
. Ma anche i produttori si sono organizzati autonomamente mettendo in piedi sistemi di controllo della qualità. E’ il caso del Consorzio olivicolo Unaprol, la principale organizzazione italiana di olivicoltori con oltre 500 mila aziende associate, che ha intrapreso diversi programmi nazionali di tutela e valorizzazione degli oli di oliva made in Italy con particolare riferimento ai segmenti dell’extravergine certificato. In quest’ultima direzione, con l’aiuto di fondi statali ed europei, è in corso un “programma triennale di tracciabilità” che investe 600 filiere e oltre 7000 aziende agricole e consente al consumatore di ricostruire la storia dell’olio che sta utilizzando, dalla pianta alla bottiglia. 

“In sostanza – spiega Unaprol – la certificazione di filiera garantisce al consumatore alcuni elementi fondamentali: innanzitutto la certezza dell’origine quindi l’elevato standard di qualità, la sicurezza alimentare e la trasparenza di tutti gli attori che compongono la filiera”. 

In particolare, la trasparenza viene garantita dal servizio di rintracciabilità via web/sms che Unaprol mette a disposizione dei consumatori. Con un messaggino, il consumatore è in grado, componendo sul proprio cellulare il numero di lotto indicato in etichetta, di conoscere la zona di provenienza del prodotto, la varietà delle olive, il luogo di molitura, le caratteristiche organolettiche e sensoriali dell’olio e gli abbinamenti enogastronomici suggeriti. Inoltre il servizio è operativo in più lingue al fine di consentire anche ai consumatori esteri di conoscere la provenienza dell’olio acquistato e la sua miglior fruizione.

Di recente il servizio è stato implementato con il sistema dei QR-CODE in etichetta: “In pratica – continua Unaprol – le bottiglie di olio sono dotate di una carta di identità elettronica, costituita da una semplice etichetta intelligente adesiva, capace di ospitare e veicolare a consumatori, distributori, ristoratori, numerose e più complete informazioni sull’olio contenuto nella bottiglia”.

Il QR-CODE permette al consumatore di accedere ai contenuti informativi semplicemente inquadrando il codice con la fotocamera di un telefono cellulare dotato dell’applicazione di lettura. In tempo reale verranno visualizzati sul telefonino il codice di tracciabilità, report analitici, abbinamenti, oppure verrà visualizzato il filmato relativo all’azienda tracciata e al suo territorio. 

Olive come diamanti, scortate contro i furti – Repubblica.it.

Quella Lucania che sa di Nord – Pagina 1 | Repubblica Viaggi

Quella Lucania che sa di Nord

di Isa Grassano

A Lagopesole e dintorni, sulle tracce dell’imperatore Federico II di Svevia, che scelse questa parte della Basilicata come sua dimora. E nel castello, un affascinante percorso multimediale

«Riuscite a vedere quel giovane che strappa il pane a morsi e non fa differenza fra i compagni di corte e quelli di strada? È Federico II. Sono io». Nel buio e nel silenzio di una piccola sala, irrompe la voce dell’imperatore di Svevia, personaggio eclettico e dai molteplici interessi (governava domini molto estesi, coltivava interessi internazionali e viaggiava continuamente). E ci si lascia incantare da questo ambiente unico fatto di luci e musiche, mentre le immagini scorrono e sembra quasi che i personaggi siano davvero reali dinnanzi ai propri occhi: «ma io dicevo, questo impero perfetto ed infinito, bisogna costruirlo da vivi, qui sulla terra», aggiunge Federico, interpretato da Remo Girone. Gli fa eco, sua moglie Biancalancia (l’attrice Lorenza Indovina): «e pensavo che era stato un destino crudele tragico quello che ci aveva fatto incontrare e che forse avrei potuto aspirare ad un marito meno importante che mi stesse vicino, che scaldasse il mio letto». Questa installazione multimediale, tra storia e leggenda, fa da cuore al castello di Lagopesole (così è anche il nome del piccolo borgo che sorge ai piedi del castello ed è una frazione di Avigliano, in provincia di Potenza), l’ultimo dei baluardi voluto dall’imperatore di Svevia, in assoluto uno dei più belli e conosciuti nel sud Italia.

È con l’ausilio delle più moderne tecnologie di proiezione che inizia il racconto emozionale del mondo di Federico,lo Stupor Mundi, fatto di amori, intrighi, storia, scienze, poesia. Si resta incantati da questo grande stratega e primo legislatore dell’epoca moderna che perseguì: «non la sete di potere, ma il desiderio della perfezione». Ecco quindi la vita di corte fatta di feste, banchetti ma anche di mercati, locande e tradimenti. Il percorso (attivo tutto l’anno, dalle 9.30 alle 12.30, dalle 16 alle 18.30) inizia nella Sala della Carta geografica e della Sfera, dove, scorrendo lungo la barra della “linea del tempo”, si possono ripercorrere le gesta dell’Imperatore. 



Nella sala della Corona, si sbircia, attraverso i filmati incastonati come pietre preziose in una monumentale corona ottogonale posta al centro, la quotidianità della vita di corte, le botteghe del borgo medievale, ma anche i problemi e le aspirazioni, la sconfinata curiosità per tutto quello che c’era intorno. La Sala dei Reperti espone documenti federiciani e invita a giocare con le quattro postazioni interattive per visualizzare su schermi-silhouette i personaggi del tempo, dalla castellana allo scudiero, dal cavaliere allo speziale. 

E mentre si va di salone in salone, non si può non ammirare anche la bellezza del maniero, costruito come fortezza militare e divenuto poi una delle residenze di caccia preferite dallo Svevo, soprattutto durante la calura estiva. A pianta rettangolare, racchiuso fra quattro torri angolari, è posto in posizione collinare e domina l’intera valle, con la sua muratura di colorazione rossastra, dovuta alla pietra calcarea contente sale di ferro. 

Una volta fuori, si va alla scoperta del territorio, ad iniziare dal paese di Avigliano, famoso per aver dato i natali al giurista e politico Emanuele Gianturco (la piazza è a lui intitolata). Girovagare a piedi, dimenticando rumori e motori, tra le case del centro storico e gli antichi palazzi decorati da portali in pietra, riserva continuamente una sorpresa: un fregio, una loggia, un davanzale ingentilito da fiori, una piazzetta inaspettata. E poi piccole chiese, come quella di Santa Maria degli Angeli, con la facciata tardo barocca, o di Santa Lucia, con affreschi del Seicento.

Ma questa è anche terra di abili artigiani che mantengono vive le tradizioni. “Le mani impegnate sanno di uomini e donne felici”, come recita un vecchio adagio. Così nel laboratorio “Il Telaio”, c’è Tonina Salvatore che lavora ad un antico telaio dei primi del ‘ 900 (l’unico ancora funzionante in tutta la Basilicata), sullo stesso dove hanno messo le mani sua madre e prima sua nonna. Un intreccio di fili e trame e con movimenti rapidi e sicuri, mani e piedi perfettamente sincronizzati, Tonina dà forma a pezzi unici (copriletti, tovaglie, strofinacci). 

Lavora con ago e fili colorati e un’infinita pazienza anche Annangela Lovallo, nel laboratorio il filo di Arianna. I suoi ricami sembrano capolavori d’arte, una sorta di “pittura ad ago”. Fantasiose favole sembrano muoversi sui tessuti. Inedite miniature sono ricamate all’interno di medaglioni, gioielli così preziosi che Annangela non vuole neanche venderli: «nessun prezzo, avrebbe il giusto valore. Sono qui per farsi ammirare da tutti».

Un’altra arte è quella di fabbricare coltelli, come dimostrano alcuni documenti, forse per una propensione degli abitanti alla lotta per l’offesa e la difesa. Sono conosciuti come “balestra”, impreziositi con decorazioni in argento e ottone e, un tempo, il promesso sposo era solito regalarne una alla fidanzata, affinché potesse usarla in caso di necessità, per difendere il suo onore (per scoprire ogni segreto da vicino, c’è la coltelleria Vito Aquila).

E se la passeggiata mette un leggero languorino, i ristoranti sono pronti a soddisfare il palato con prodezze gastronomiche. Come all’osteria Gagliardi che ripropone il baccalà in decine di varianti. Ci si chiederà: come mai il baccalà è tipico di un paese di montagna? La risposta è semplice: grazie al processo di salagione, che ne consente la conservazione per lungo tempo, è stato impiegato fin da tempi lontani in luoghi anche molto distanti da quelli d’origine, ed è finito per diventare elemento essenziale della cucina popolare. Il piatto classico? “Baccalà con peperoni cruschi”, ovvero raccolti e lasciati ad essiccare al sole e poi fritti in olio bollente. Si chiamano “cruschi” per richiamare in maniera onomatopeica il suono mentre si masticano: fanno appunto croc croc. Si racconta che fossero graditi anche all’Imperatore di Svevia, così come molti altri piatti lucani, da vero buongustaio. Secondo alcune voci, pare che Federico II era solito aprire i suoi raffinati convivi, ai quali partecipavano musicisti, astrologi, romanzieri e belle donne, con una frase ad effetto: «È evidente che il Dio degli Ebrei non ha conosciuto questa natura e questa terra, altrimenti non avrebbe dato al suo popolo la Palestina come Terra Promessa…». Anche i funghi, raccolti nei vicini boschi, rappresentavano un piatto frugale ma raffinato, tanto che Federico II per cucinarli impose una sua ricetta: .

E i vicini boschi sono scenario per piacevoli passeggiate, da vivere nei silenzi dei suoi maestosi e incontaminati paesaggi, soprattutto in questo periodo, con le mille sfumature delfoliage di autunno. Faggi, pini, abeti, castagni creano un’incantevole cornice ai laghi di Monticchio (a pochi chilometri), ai piedi del cratere del Vulture, il vulcano spento. Sono il Lago Piccolo e il Lago Grande che di giorno riflettono i bagliori della natura. Sul più piccolo si specchia l’Abbazia di S. Michele, fondata dai Benedettini nel XI secolo su preesistenti grotte scavate nel tufo e abitate dai monaci basiliani. Vi si arriva attraverso un sentiero circondato da abeti bianchi (è una curiosità, di solito questo tipo di pianta dovrebbe trovarsi in vetta, oltre i 1300 metri e invece si trova in riva al lago a 700 metri). Si racconta che tra gli alberi e i cespugli si nascondano pure strane creature e folletti, come il “Monacello” detto “Scazzamauridd”, uno spiritello burlone e dispettoso dal caratteristico berretto rosso. Da queste parti sono convinti che se si riesce ad incontrarlo e a sfilargli dalla testa questo cappello, il Monacello sarà costretto a rivelare il nascondiglio di notevoli tesori. All’interno dell’abbazia, si trova anche il Museo di Storia Naturale del Vulture dove si può ammirare la Bramea, una falena notturna unica al mondo scoperta nel 1963 da un entomologo altoatesino, Fred Hartig. Lontana parente delle farfalle asiatiche, le Bramee (il cui nome è dedicato dai cercatori orientali al dio Brahma) sono diffuse dall’Etiopia al Giappone, passando per India e Cambogia ed è curioso trovarne sul Vulture.


É questa anche la zona dove ricche fonti danno vita ad acque minerali, imbottigliate nei numerosi stabilimenti, tra i quali Gaudianello. Si dice che anche il regista Mel Gibson durante il suo soggiorno lucano per girare The Passion, abbia avuto modo di assaggiare quest’acqua, rimanendo piacevolmente colpito da quel mix di bollicine e minerali. La particolarità? Qua e là in zona, l’acqua sgorga con un’effervescenza naturale dai ruscelli, così da poter fare una sana bevuta en plein air. Per brindare, invece, meglio un buon bicchiere di Aglianico del Vulture, dal caratteristico colore rosso rubino e dal gusto corposo e vellutato, che già Orazio celebrò in diverse sue opere (tante le cantine che lo producono, come Eubea, nel vicino paese di Rionero in Vulture). Un vino che come diceva Orazio invita alla saggezza. «Quid sit futurum cras, fuge quaerere», smetti di chiederti cosa sarà domani. Ed è facile pensare solo al presente quando ci si trova in quest’angolo di Basilicata, quasi a rendersi conto che il vero “stupor mundi” è tutto quello che racchiude questa terra e la sua gente.

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Turchia: via gli alberi per far posto a una centrale, rabbia a Soma – Repubblica.it

ANKARA – Ha scatenato l’ira di ambientalisti e abitanti l’abbattimento di migliaia di alberi nella città turca di Soma, dove sarà costruita una centrale elettrica. Kolin Group – una delle più grandi compagnie del settore – ha sradicato 6mila ulivi nelle giornata di venerdì per far spazio a una centrale a carbone nel villaggio di Yirca, nella Turchia occidentale, dove la cittadinanza ‘piantonava’ il bosco da oltre 52 giorni. La località si trova vicino Soma, sede di miniere di carbone, dove a maggio scorso scoppiò un terribile incendio nel quale persero la vita 301 minatori. Su Twitter abbiamo trovato diverse foto degli alberi sradicati:

E’ scoppiata una rissa quando le guardie di sicurezza della società hanno cercato di far sgomberare i cittadini-manifestanti dal bosco, secondo quanto riportato dal quotidiano Hurriyet. Le guardie hanno trascinato per metri alcune persone, caricandole su un camion e chiudendole a chiave in un capannone a quattro chilometri di distanza dal sito del cantiere. Uno dei cittadini ha riportato ferite alla testa dopo essere stato centrato da un lacrimogeno sparato da un agente, ha segnalato ancora Hurriyet.

Immagini televisive hanno mostrato il capo del villaggio, Mustafa Akin, piangere in diretta e alcune anziane hanno abbracciato gli alberi prima di essere abbattuti. “Erano i miei figli”, ha raccontato una donna di 80 anni. 

Poche ore dopo gli scontri, un tribunale turco ha bocciato la decisione che autorizzava la compagnia – vicina al governo di Ankara – a prendere il controllo del bosco. Troppo tardi, perchè migliaia di alberi erano stati già sradicati. 

Greenpeace ha parlato senza mezzi termini di uno “scandalo legale” e ha annunciato che i responsabili di questo disastro saranno denunciati. “La lotta a Yirca serve a impedire danni irriversibili all’ambiente. La battaglia non è ancora conclusa”, ha dichiarato uno degli avvocati dell’associazione ambientalista, Deniz Bayram.

E’ il caso di ricordare che i ragazzi e le ragazze di Gezi Park, a Istanbul, si mobilitarono per lo stesso motivo e il 28 maggio 2013 diedero vita a una protesta che rimarrà scolpita per sempre nella storia della Turchia. Tutto cominciò quando uno sparuto gruppo di ecologisti si parò davanti alle ruspe che volevano radere al suolo i 600 alberi a ridosso di piazza Taksim, il luogo simbolo dello Stato secolare in Turchia. La reazione violenta della polizia innescò un moto di indignazione nel Paese e Gezi Park diventò un modello da contrapporre al crescente autoritarismo del governo filoislamico. Un anno dopo però di quella protesta rimane solo il ricordo.

 

Turchia: via gli alberi per far posto a una centrale, rabbia a Soma – Repubblica.it.