Esplora il significato del termine: Agrigento: da viti, ulivi e mandorli i soldi per tenere in vita i templiAgrigento: da viti, ulivi e mandorli i soldi per tenere in vita i templi

Esplora il significato del termine: Vendere i prodotti che fanno parte della storia del luogo per la manutenzione dell’area archeologica. E far capire ai turisti che è un parco di biodiversitàVendere i prodotti che fanno parte della storia del luogo per la manutenzione dell’area archeologica. E far capire ai turisti che è un parco di biodiversità

Esplora il significato del termine: Vendere i prodotti che fanno parte della storia del luogo per la manutenzione dell’area archeologica. E far capire ai turisti che è un parco di biodiversitàVendere i prodotti che fanno parte della storia del luogo per la manutenzione dell’area archeologica. E far capire ai turisti che è un parco di biodiversità«Abbiamo un parco archeologico e paesaggistico che per l’Unesco è Patrimonio dell’umanità e viene visitato da 600 mila persone ogni anno. In più è vasto 1.300 ettari. Le domande da cui siamo partiti dunque sono queste: come trasformare un territorio così grande in una risorsa? E che senso ha limitarsi ad accogliere i turisti su un percorso mordi-e-fuggi fra i templi?».

Akragas, l’odierna Agrigento, era una delle più importanti colonie greche della Sicilia

 I fondi dai prodotti

Giuseppe Parello, direttore del Parco della valle dei templi di Agrigento, mi indica un punto nella valle: «Vede quella vigna ai piedi del tempio di Giunone? Fa parte delle risposte che ci siamo dati. Primo: valorizzare il territorio con prodotti che ne raccontino la storia, come il vino che qui si produce dal 500 avanti Cristo, quando Akragas, l’odierna Agrigento, era una delle più importanti colonie greche della Sicilia. Secondo: utilizzare i fondi derivanti dalla commercializzazione di questi prodotti per la manutenzione dell’area archeologica e la cura dell’ecosistema della valle. Terzo: far capire ai visitatori italiani e stranieri che la Valle dei templi non è solo un celebre sito archeologico ma appunto un parco, un tesoro di biodiversità che va fruito come tale. Qui crescono, fra l’altro, 12 mila mandorli di trecento varietà diverse», continua Parello, «migliaia di piante di agrumi e 10 mila ulivi (alcuni dei quali hanno mezzo millennio d’età) da cui abbiamo ricominciato a fare l’olio. Non a caso Pirandello definiva questa valle “bosco di mandorli e ulivi”».

 

«A Expo 2015 esporremo trecento teche di varietà di mandorle»

Biodiversità a Expo 2015

Una biodiversità che il Parco della Valle dei Templi vuole portare anche a Expo 2015. «L’assessorato all’Agricoltura della Sicilia si è aggiudicato il coordinamento del Padiglione Bio Mediterraneo, che comprenderà dodici Paesi affacciati sul mare nostrum», racconta Calogero Liotta, agronomo e dirigente dei beni paesaggistici del Parco. «All’Expo noi esporremo trecento teche trasparenti per altrettante varietà di mandorle provenienti dal nostro Museo vivente del mandorlo, una “banca genetica” che preserva le tipologie a rischio di estinzione. Con Expo, inoltre, avremo collegamenti video in tempo reale per illustrare la ricchezza ambientale e agricola del parco, e altre iniziative sono in corso di realizzazione». Quali? «Green ways con piste ciclabili attraverso il parco», riprende Parello, «agricoltura solidale per il reinserimento di soggetti svantaggiati come gli ex detenuti, orti sociali da affidare a scuole e ad anziani, collaborazioni con artisti che risiedano temporaneamente qui e siano disponibili a donarci un’opera d’arte. Poi, naturalmente, sono in corso scavi archeologici in collaborazione con varie università: c’è ancora tanto da capire di Akragas/Agrigento. Per esempio, non è mai stato scoperto il teatro greco».

La Valle dei templi è un vero e proprio museo dell’agricoltura da valorizzare

Museo dell’agricoltura

In attesa di sorprese archeologiche, il parco si gode il crescente flusso turistico, ormai prossimo alle “vette” di Taormina, e recupera le antiche colture della valle consolidando la propria autonomia finanziaria (cosa non comune fra i parchi italiani). Dall’aprile di quest’anno sono sul mercato vino e olio a etichetta Diodoros, un marchio appartenente al Parco ma commercializzato da realtà locali come la Cva Canicattì, cooperativa di 480 piccoli produttori. «Per noi la valle è un vero e proprio museo dell’agricoltura, da valorizzare perché oggi la viticoltura è l’elemento a più alto valore economico del comparto agricolo siciliano» spiega Giovanni Greco, presidente della cooperativa. «Questo territorio offre sorprendenti possibilità: vorremmo avviare una produzione sperimentale di vini rossi in barrique nelle miniere di zolfo a 50 metri di profondità. Le miniere sono abbandonate, il luogo è meraviglioso, però…». Però? «Stiamo ancora spettando le necessarie autorizzazioni».

Il parco avrà due produzioni di presidi Slow Food: un miele di api nere sicule e un formaggio di capra girgentana

Vino, miele e formaggi

Diodoros è un marchio che deve il suo nome allo storico Diodoro Siculo, che nel primo secolo avanti Cristo descriveva la florida agricoltura della valle. Presto il parco avrà anche due produzioni da presidi Slow Food: un miele di api nere sicule e un formaggio ricavato dal latte della capra girgentana, una razza a rischio di estinzione appena reintrodotta nei pressi del Tempio della Concordia. «Iniziative interessanti, ma restano tanti problemi irrisolti in questo territorio così tristemente famoso per l’abusivismo edilizio, che lo ferì tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso», commenta Mimmo Fontana, presidente di Legambiente Sicilia.

Buona parte del territorio del Parco è ancora negata ai visitatori

Battaglie e burocrazia

«Le battaglie di Legambiente portarono nel Duemila alla legge istitutiva del parco e oggi la maggioranza degli agrigentini ha capito che la bellezza del territorio è una risorsa, non un vincolo. Tuttavia buona parte del territorio del Parco (quella al di fuori del percorso fra i templi meglio conservati) è ancora negata ai visitatori, anche a causa di un “blocco politico”: il piano di sviluppo del parco, elaborato cinque anni fa, è ancora in un cassetto dell’assessorato ai Beni culturali. Intanto sono passati due governi e cinque assessori, ma non si riesce a tirarlo fuori da quel cassetto. Inoltre da alcuni anni non vengono più nominati i membri dell’organo di governo del parco, cioè il consiglio, in cui dovrebbero essere rappresentate la comunità locale, il mondo scientifico e quello ambientalista. Nonostante queste condizioni difficili i funzionari del Parco hanno fatto il possibile per garantire un alto livello gestionale, ma cosa aspettiamo a rendere operativi il consiglio e il piano, anziché far continuare l’attuale viavai di commissari da Roma? In futuro, per valorizzare il territorio», conclude Fontana, «sarà di fondamentale importanza la collaborazione con i privati e con associazioni come il Fai, che ha ottenuto in gestione il Giardino della Kolymbetra. Un esempio straordinario, ma che rischia di rimanere isolato».

Il Giardino delle Kolymbetra risale a 500 avanti Cristo

Il treno della storia

Le origini del giardino risalgono all’epoca in cui i greci colonizzarono la Sicilia (500 a. C.) e la città di Akragas contava ben 200 mila abitanti. Per rifornirla di acqua il tiranno Tirone fece realizzare un grande sistema idrico che si concludeva ai piedi della città in un bacino detto Kolymbetra, e intorno a quel bacino venne a crearsi un frutteto. Dopo molte vicende, alla fine del Novecento la Kolymbetra è caduta in uno stato di desolante abbandono. «Finché nel 1999 il Fondo per l’ambiente italiano lo ha preso in concessione dalla Regione Sicilia per 25 anni: ha investito 500 mila euro e lo ha riportato al suo antico splendore, facendone un paradiso di biodiversità, che comprende anche piante non più coltivate al giorno d’oggi», spiega Giuseppe Taibi, capodelegazione del Fai per la provincia di Agrigento. «Oggi il giardino (che si trova all’interno del parco) si sviluppa per cinque ettari tra il tempio di Castore e Polluce e il tempio di Vulcano, e ha un flusso crescente di visitatori. Per implementarlo il Fai ha stretto un accordo con la Fondazione delle Ferrovie dello Stato, che a brevissimo riattiverà una linea ferroviaria storica attualmente in disuso. Il trenino collegherà Porto Empedocle ad Agrigento centro e avrà una fermata qui, all’ingresso del giardino», conclude Taibi. «Stiamo aspettando l’autorizzazione per fare iniziare la visita del Parco della Valle a partire dal Giardino della Kolymbetra, cosa attualmente impossibile». Insomma pare che tutti stiano aspettando (legittimamente) qualcosa: autorizzazioni, permessi, eccetera. Anche la città di Agrigento aspetta qualcosa: i turisti cinesi. «Amici cinesi invadeteci, non vi deluderemo», ha dichiarato in aprile il sindaco di Agrigento Marco Zambuto, in un video promozionale con i sottotitoli in cinese. E il parco? Il parco aspetta che il piano di sviluppo esca da un cassetto. E che venga nominato un consiglio di gestione. Possibilmente prima di Expo 2015.

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