Olive come diamanti, scortate contro i furti – Repubblica.it

Olive come diamanti, scortate contro i furti

Coldiretti lancia l’allarme: è boom di furti nelle campagne, dove i ladri rubano raccolti e fusti di extravergine, con centinaia di quintali di prodotto spariti dalle aziende e dagli uliveti

di MONICA RUBINO

ROMA – L’anno nero delle olive italiane si può riassumere in un’equazione matematica: pioggia estiva uguale clima caldo umido, uguale habitat perfetto per la mosca dell’oliva, uguale anticipo della raccolta per sfuggire al parassita, uguale minore resa e qualità a rischio. Risultato: una campagna olearia drammatica da sole 300mila tonnellate di olio contro le 464 mila indicate dall’Istat per il 2013, circa il 35% in meno rispetto allo scorso anno, secondo le stime Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo), con un impatto inevitabile sui prezzi schizzati del 40 per cento in una sola settimana, come afferma Coldiretti sulla base delle rilevazioni alla borsa merci di Bari.

INCHIESTE L’anno nero dell’olio italiano


Allarme furti. Ma l’associazione degli agricoltori lancia l’allarme anche rispetto a un altro preoccupante fenomeno, ossia quello dei furti nelle campagne, dove i ladri rubano dalle olive ai fusti di extravergine, con centinaia di quintali di prodotto spariti dalle aziende e dagli uliveti. L’associazione dei coltivatori diretti denuncia veri e propri raid di squadre organizzate, che in un’ora riescono a raccogliere oltre un quintale di olive, mentre trafugare una cisterna piena di olio può portare un bottino di oltre 200mila euro. “Nel giro di pochi giorni – sottolinea la Coldiretti – le forze dell’ordine hanno effettuato decine di arresti ma i tentativi di furti continuano, tanto da aver spinto alcuni agricoltori ad organizzarsi con ronde, mentre altri si sono affidati a istituti di vigilanza, con i camion che trasportano l’extravergine scortati dalla polizia”. 

Olive come diamanti dunque, scortate contro il moltiplicarsi dei tentativi di furti che sono ora all’ordine del giorno dell’analisi dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare promosso dalla Coldiretti anche perché il prodotto sottratto alimenta una filiera illegale che provoca danni economici ma anche rischi per la salute.

Ad essere colpite sono particolarmente le campagne pugliesi dove si concentra la maggioranza della produzione italiana, ma non solo. In provincia di Foggia una banda di bulgari si era organizzata per ripulire gli uliveti della zona di Cerignola, prima di essere fermata dalle forze dell’ordine. Poco distante operavano altre due squadre, travolta composte da rumeni, anch’essi sorpresi a “ripulire” alberi di olive. Stessa dinamica, ma con italiani protagonisti, nei territori di Bari e Barletta, dove sono finiti in manette cinque persone, che in due distinti colpi hanno portato via 5 quintali di olive. Ladri in azione anche nel Trapanese, dove otto persone hanno cercato di rubare addirittura all’interno di un terreno confiscato alla mafia ma sono state sorprese dai carabinieri. Ma i furti non hanno risparmiato neppure il resto della Penisola. In Liguria gli agricoltori sono stati costretti a organizzarsi per difendere le preziose olive taggiasche, vanto della Riviera di Ponente, dalle mani dei banditi. E pure nelle Marche, nel Maceratese, due persone sono state arrestate dopo ave rubato oltre cinquanta chili di olio. 

Considerata la gravità del fenomeno, Coldiretti ha chiesto alle Prefetture sul territorio un intervento per il pattugliamento delle strade più sensibili, per proteggere il transito di tir con a bordo cisterne di olio extravergine, e una più massiccia presenza di forze dell’ordine nelle campagne. Ma si pensa anche all’installazione di videocamere negli uliveti che in Italia contano su un patrimonio di circa 250 milioni di piante su 1,1 milioni di ettari di terreno. 

Cali dei raccolti regione per regione. Una situazione determinata dall’aumento delle quotazioni che, come abbiamo già accennato, hanno raggiunto la cifra record di 7 euro al chilo alla borsa merci di Bari per effetto del crollo della produzione nazionale. A pesare sul risultato nazionale sono Puglia e Calabria per le quali si attende una produzione decurtata di più di un terzo rispetto allo scorso anno. A mitigare, in parte, tale risultato c’è la Sicilia la cui flessione è attesa a meno 22 per cento. Ma è in tutto il Sud che si attendono cali a due cifre con punte di  meno 45 per cento per Basilicata e Abruzzo e meno 40 per cento per la Campania. Nel Centro Italia ed in Liguria si attende una produzione quasi dimezzata e anche nelle regioni del Nord si prevedono quantitativi molto al di sotto dello scorso anno. In questo quadro fanno eccezione la Sardegna, dove si stima un aumento del 30 per cento rispetto ad un 2013 di scarsissima produzione, e il Piemonte, con un incremento del 40% anche se parametrato a quantitativi limitati.

L’impegno dell’industria olearia. Visto che il fabbisogno italiano di olio di oliva ammonta a circa 1 milione di tonnellate, bisognerà importare l’olio dall’estero. Cosa che si è sempre fatta, peraltro. Ma quest’anno i quantitativi importati saranno maggiori: 700mila contro le 481.392 tonnellate del 2013. Anche in Spagna, che è tradizionalmente un fornitore dell’Italia, il raccolto è dimezzato sotto il milione di tonnellate. Quindi, Grecia e Tunisia saranno le nostre principali fonti di approvvigionamento, come confermano le industrie dell’olio Assitol (Associazione italiana dell’industria olearia) e Federolio(Federazione del commercio oleario), che hanno sottoscritto un impegno ad assicurare ai consumatori la selezione degli oli qualitativamente migliori. 

Dalla pianta alla bottiglia
. Ma anche i produttori si sono organizzati autonomamente mettendo in piedi sistemi di controllo della qualità. E’ il caso del Consorzio olivicolo Unaprol, la principale organizzazione italiana di olivicoltori con oltre 500 mila aziende associate, che ha intrapreso diversi programmi nazionali di tutela e valorizzazione degli oli di oliva made in Italy con particolare riferimento ai segmenti dell’extravergine certificato. In quest’ultima direzione, con l’aiuto di fondi statali ed europei, è in corso un “programma triennale di tracciabilità” che investe 600 filiere e oltre 7000 aziende agricole e consente al consumatore di ricostruire la storia dell’olio che sta utilizzando, dalla pianta alla bottiglia. 

“In sostanza – spiega Unaprol – la certificazione di filiera garantisce al consumatore alcuni elementi fondamentali: innanzitutto la certezza dell’origine quindi l’elevato standard di qualità, la sicurezza alimentare e la trasparenza di tutti gli attori che compongono la filiera”. 

In particolare, la trasparenza viene garantita dal servizio di rintracciabilità via web/sms che Unaprol mette a disposizione dei consumatori. Con un messaggino, il consumatore è in grado, componendo sul proprio cellulare il numero di lotto indicato in etichetta, di conoscere la zona di provenienza del prodotto, la varietà delle olive, il luogo di molitura, le caratteristiche organolettiche e sensoriali dell’olio e gli abbinamenti enogastronomici suggeriti. Inoltre il servizio è operativo in più lingue al fine di consentire anche ai consumatori esteri di conoscere la provenienza dell’olio acquistato e la sua miglior fruizione.

Di recente il servizio è stato implementato con il sistema dei QR-CODE in etichetta: “In pratica – continua Unaprol – le bottiglie di olio sono dotate di una carta di identità elettronica, costituita da una semplice etichetta intelligente adesiva, capace di ospitare e veicolare a consumatori, distributori, ristoratori, numerose e più complete informazioni sull’olio contenuto nella bottiglia”.

Il QR-CODE permette al consumatore di accedere ai contenuti informativi semplicemente inquadrando il codice con la fotocamera di un telefono cellulare dotato dell’applicazione di lettura. In tempo reale verranno visualizzati sul telefonino il codice di tracciabilità, report analitici, abbinamenti, oppure verrà visualizzato il filmato relativo all’azienda tracciata e al suo territorio. 

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Petizione · Stop all’invasione dell’olio di palma · Change.org

Petizione · Stop all’invasione dell’olio di palma · Change.org

Diretta a Ministero della Salute e 34 altri
Questa petizione sarà consegnata a:

Ministero della Salute
Ministero dello sviluppo economico
Ministero delle politiche agricole
Barilla
Bauli
Bistefani – Colussi
Galbusera
Kellogg’s
La Doria
Vicenzi
Unilever
Nestlé
Gruppo Mondelez
Heinz Plasmon
Auchan
NaturaSì
Il Gigante
Eurospin
Lidl
Carrefour
Conad
Ikea
Iper
LdMarket
SuperSigma
Pam
MdDiscount
Selex
PennyMarket
Sma
Esselunga
Unes
Coop
Billa
Lombardini

Stop all’invasione dell’olio di palma

Dal prossimo 13 dicembre milioni di consumatori italiani ed europei scopriranno la presenza di un nuovo ingrediente in migliaia di prodotti alimentari. Stiamo parlando dell’olio di palma, una sostanza fino a oggi camuffata dietro la scritta “olii e grassi vegetali”. Per rendersi conto di quanto l’olio di palma sia diffuso basta dire che è il grasso principale di quasi tutte le merendine, i biscotti, gli snack dolci e salati, le creme… in vendita nei supermercati. L’ampio utilizzo di questa materia prima è dovuto sia al costo estremamente basso, sia al fatto di avere caratteristiche simili al burro.

Il Fatto Alimentare dice “no” all’olio di palma per motivi etici, ambientali e di salute e invita le aziende a sostituirlo con altri oli vegetali non idrogenati o burro.

1) La produzione di palma è correlata alla rapina delle terre e alla deportazione di milioni di famiglie africane e asiatiche (land grabbing). È inoltre causa primaria della deforestazione di aree boschive (prima causa di emissioni di CO2 nel Sud-Est asiatico) e della devastazione degli “habitat” naturali per lasciare spazio alle monocolture come quelle della palma da olio. Queste operazioni comportano gravi violazioni dei diritti umani, l’eliminazione della sovranità alimentare e la riduzione della biodiversità. Per stemperare le problematiche e ripulire l’immagine dell’olio di palma esiste una certificazione sostenibile (RSPO), che tuttavia copre solo una quota minima della produzione, senza neppure mitigare i problemi denunciati.

2) L’olio di palma viene utilizzato dalla maggior parte delle aziende alimentari perché costa poco e si presta a molti utilizzi. Secondo i nutrizionisti l’assunzione giornaliera di dosi elevate di questo ingrediente può risultare dannosa per la salute a causa della presenza dei grassi saturi. Questa ipotesi si verifica più spesso di quanto si creda, visto che il palma si trova nella maggior parte degli alimenti trasformati, soprattutto in quelli più consumati dai giovani. Anche se in Italia non esistono studi sul consumo pro-capite, i nutrizionisti consigliano di limitarne l’assunzione, in particolare ai bambini che sono i più esposti.

Il Fatto Alimentare chiede al Ministero della salute e agli enti pubblici di disporre l’esclusione dalle pubbliche forniture di alimenti che contengano olio di palma. Questa clausola deve essere inserita in tutti i capitolati di appalto per l’approvvigionamento delle mense scolastiche, ospedaliere e aziendali, nonché dei distributori automatici collocati in scuole e pubblici edifici.

Chiediamo al Ministero delle politiche agricole e agli altri Stati membri dell’Unione Europea di aderire subito alle Linee Guida del CFS (Committee on World Food Security) – FAO, per una gestione responsabile delle terre, delle foreste e dei bacini idrici.

Chiediamo ai supermercati di escludere dalle forniture dei prodotti con il loro marchio (private label) l’olio di palma.

Chiediamo alle industrie agroalimentari di impegnarsi a riformulare i prodotti senza l’utilizzo di olio di palma, affinché il cibo “made in Italy” possa davvero distinguersi come buono e giusto.

Roberto La Pira (Il Fatto Alimentare)

Dario Dongo (Il Fatto AlimentareGreat Italian Food Trade)

Cliccate sul link sotto per sottoscrivere la petizione:

Petizione · Stop all’invasione dell’olio di palma · Change.org.

Quella Lucania che sa di Nord – Pagina 1 | Repubblica Viaggi

Quella Lucania che sa di Nord

di Isa Grassano

A Lagopesole e dintorni, sulle tracce dell’imperatore Federico II di Svevia, che scelse questa parte della Basilicata come sua dimora. E nel castello, un affascinante percorso multimediale

«Riuscite a vedere quel giovane che strappa il pane a morsi e non fa differenza fra i compagni di corte e quelli di strada? È Federico II. Sono io». Nel buio e nel silenzio di una piccola sala, irrompe la voce dell’imperatore di Svevia, personaggio eclettico e dai molteplici interessi (governava domini molto estesi, coltivava interessi internazionali e viaggiava continuamente). E ci si lascia incantare da questo ambiente unico fatto di luci e musiche, mentre le immagini scorrono e sembra quasi che i personaggi siano davvero reali dinnanzi ai propri occhi: «ma io dicevo, questo impero perfetto ed infinito, bisogna costruirlo da vivi, qui sulla terra», aggiunge Federico, interpretato da Remo Girone. Gli fa eco, sua moglie Biancalancia (l’attrice Lorenza Indovina): «e pensavo che era stato un destino crudele tragico quello che ci aveva fatto incontrare e che forse avrei potuto aspirare ad un marito meno importante che mi stesse vicino, che scaldasse il mio letto». Questa installazione multimediale, tra storia e leggenda, fa da cuore al castello di Lagopesole (così è anche il nome del piccolo borgo che sorge ai piedi del castello ed è una frazione di Avigliano, in provincia di Potenza), l’ultimo dei baluardi voluto dall’imperatore di Svevia, in assoluto uno dei più belli e conosciuti nel sud Italia.

È con l’ausilio delle più moderne tecnologie di proiezione che inizia il racconto emozionale del mondo di Federico,lo Stupor Mundi, fatto di amori, intrighi, storia, scienze, poesia. Si resta incantati da questo grande stratega e primo legislatore dell’epoca moderna che perseguì: «non la sete di potere, ma il desiderio della perfezione». Ecco quindi la vita di corte fatta di feste, banchetti ma anche di mercati, locande e tradimenti. Il percorso (attivo tutto l’anno, dalle 9.30 alle 12.30, dalle 16 alle 18.30) inizia nella Sala della Carta geografica e della Sfera, dove, scorrendo lungo la barra della “linea del tempo”, si possono ripercorrere le gesta dell’Imperatore. 



Nella sala della Corona, si sbircia, attraverso i filmati incastonati come pietre preziose in una monumentale corona ottogonale posta al centro, la quotidianità della vita di corte, le botteghe del borgo medievale, ma anche i problemi e le aspirazioni, la sconfinata curiosità per tutto quello che c’era intorno. La Sala dei Reperti espone documenti federiciani e invita a giocare con le quattro postazioni interattive per visualizzare su schermi-silhouette i personaggi del tempo, dalla castellana allo scudiero, dal cavaliere allo speziale. 

E mentre si va di salone in salone, non si può non ammirare anche la bellezza del maniero, costruito come fortezza militare e divenuto poi una delle residenze di caccia preferite dallo Svevo, soprattutto durante la calura estiva. A pianta rettangolare, racchiuso fra quattro torri angolari, è posto in posizione collinare e domina l’intera valle, con la sua muratura di colorazione rossastra, dovuta alla pietra calcarea contente sale di ferro. 

Una volta fuori, si va alla scoperta del territorio, ad iniziare dal paese di Avigliano, famoso per aver dato i natali al giurista e politico Emanuele Gianturco (la piazza è a lui intitolata). Girovagare a piedi, dimenticando rumori e motori, tra le case del centro storico e gli antichi palazzi decorati da portali in pietra, riserva continuamente una sorpresa: un fregio, una loggia, un davanzale ingentilito da fiori, una piazzetta inaspettata. E poi piccole chiese, come quella di Santa Maria degli Angeli, con la facciata tardo barocca, o di Santa Lucia, con affreschi del Seicento.

Ma questa è anche terra di abili artigiani che mantengono vive le tradizioni. “Le mani impegnate sanno di uomini e donne felici”, come recita un vecchio adagio. Così nel laboratorio “Il Telaio”, c’è Tonina Salvatore che lavora ad un antico telaio dei primi del ‘ 900 (l’unico ancora funzionante in tutta la Basilicata), sullo stesso dove hanno messo le mani sua madre e prima sua nonna. Un intreccio di fili e trame e con movimenti rapidi e sicuri, mani e piedi perfettamente sincronizzati, Tonina dà forma a pezzi unici (copriletti, tovaglie, strofinacci). 

Lavora con ago e fili colorati e un’infinita pazienza anche Annangela Lovallo, nel laboratorio il filo di Arianna. I suoi ricami sembrano capolavori d’arte, una sorta di “pittura ad ago”. Fantasiose favole sembrano muoversi sui tessuti. Inedite miniature sono ricamate all’interno di medaglioni, gioielli così preziosi che Annangela non vuole neanche venderli: «nessun prezzo, avrebbe il giusto valore. Sono qui per farsi ammirare da tutti».

Un’altra arte è quella di fabbricare coltelli, come dimostrano alcuni documenti, forse per una propensione degli abitanti alla lotta per l’offesa e la difesa. Sono conosciuti come “balestra”, impreziositi con decorazioni in argento e ottone e, un tempo, il promesso sposo era solito regalarne una alla fidanzata, affinché potesse usarla in caso di necessità, per difendere il suo onore (per scoprire ogni segreto da vicino, c’è la coltelleria Vito Aquila).

E se la passeggiata mette un leggero languorino, i ristoranti sono pronti a soddisfare il palato con prodezze gastronomiche. Come all’osteria Gagliardi che ripropone il baccalà in decine di varianti. Ci si chiederà: come mai il baccalà è tipico di un paese di montagna? La risposta è semplice: grazie al processo di salagione, che ne consente la conservazione per lungo tempo, è stato impiegato fin da tempi lontani in luoghi anche molto distanti da quelli d’origine, ed è finito per diventare elemento essenziale della cucina popolare. Il piatto classico? “Baccalà con peperoni cruschi”, ovvero raccolti e lasciati ad essiccare al sole e poi fritti in olio bollente. Si chiamano “cruschi” per richiamare in maniera onomatopeica il suono mentre si masticano: fanno appunto croc croc. Si racconta che fossero graditi anche all’Imperatore di Svevia, così come molti altri piatti lucani, da vero buongustaio. Secondo alcune voci, pare che Federico II era solito aprire i suoi raffinati convivi, ai quali partecipavano musicisti, astrologi, romanzieri e belle donne, con una frase ad effetto: «È evidente che il Dio degli Ebrei non ha conosciuto questa natura e questa terra, altrimenti non avrebbe dato al suo popolo la Palestina come Terra Promessa…». Anche i funghi, raccolti nei vicini boschi, rappresentavano un piatto frugale ma raffinato, tanto che Federico II per cucinarli impose una sua ricetta: .

E i vicini boschi sono scenario per piacevoli passeggiate, da vivere nei silenzi dei suoi maestosi e incontaminati paesaggi, soprattutto in questo periodo, con le mille sfumature delfoliage di autunno. Faggi, pini, abeti, castagni creano un’incantevole cornice ai laghi di Monticchio (a pochi chilometri), ai piedi del cratere del Vulture, il vulcano spento. Sono il Lago Piccolo e il Lago Grande che di giorno riflettono i bagliori della natura. Sul più piccolo si specchia l’Abbazia di S. Michele, fondata dai Benedettini nel XI secolo su preesistenti grotte scavate nel tufo e abitate dai monaci basiliani. Vi si arriva attraverso un sentiero circondato da abeti bianchi (è una curiosità, di solito questo tipo di pianta dovrebbe trovarsi in vetta, oltre i 1300 metri e invece si trova in riva al lago a 700 metri). Si racconta che tra gli alberi e i cespugli si nascondano pure strane creature e folletti, come il “Monacello” detto “Scazzamauridd”, uno spiritello burlone e dispettoso dal caratteristico berretto rosso. Da queste parti sono convinti che se si riesce ad incontrarlo e a sfilargli dalla testa questo cappello, il Monacello sarà costretto a rivelare il nascondiglio di notevoli tesori. All’interno dell’abbazia, si trova anche il Museo di Storia Naturale del Vulture dove si può ammirare la Bramea, una falena notturna unica al mondo scoperta nel 1963 da un entomologo altoatesino, Fred Hartig. Lontana parente delle farfalle asiatiche, le Bramee (il cui nome è dedicato dai cercatori orientali al dio Brahma) sono diffuse dall’Etiopia al Giappone, passando per India e Cambogia ed è curioso trovarne sul Vulture.


É questa anche la zona dove ricche fonti danno vita ad acque minerali, imbottigliate nei numerosi stabilimenti, tra i quali Gaudianello. Si dice che anche il regista Mel Gibson durante il suo soggiorno lucano per girare The Passion, abbia avuto modo di assaggiare quest’acqua, rimanendo piacevolmente colpito da quel mix di bollicine e minerali. La particolarità? Qua e là in zona, l’acqua sgorga con un’effervescenza naturale dai ruscelli, così da poter fare una sana bevuta en plein air. Per brindare, invece, meglio un buon bicchiere di Aglianico del Vulture, dal caratteristico colore rosso rubino e dal gusto corposo e vellutato, che già Orazio celebrò in diverse sue opere (tante le cantine che lo producono, come Eubea, nel vicino paese di Rionero in Vulture). Un vino che come diceva Orazio invita alla saggezza. «Quid sit futurum cras, fuge quaerere», smetti di chiederti cosa sarà domani. Ed è facile pensare solo al presente quando ci si trova in quest’angolo di Basilicata, quasi a rendersi conto che il vero “stupor mundi” è tutto quello che racchiude questa terra e la sua gente.

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Turchia: via gli alberi per far posto a una centrale, rabbia a Soma – Repubblica.it

ANKARA – Ha scatenato l’ira di ambientalisti e abitanti l’abbattimento di migliaia di alberi nella città turca di Soma, dove sarà costruita una centrale elettrica. Kolin Group – una delle più grandi compagnie del settore – ha sradicato 6mila ulivi nelle giornata di venerdì per far spazio a una centrale a carbone nel villaggio di Yirca, nella Turchia occidentale, dove la cittadinanza ‘piantonava’ il bosco da oltre 52 giorni. La località si trova vicino Soma, sede di miniere di carbone, dove a maggio scorso scoppiò un terribile incendio nel quale persero la vita 301 minatori. Su Twitter abbiamo trovato diverse foto degli alberi sradicati:

E’ scoppiata una rissa quando le guardie di sicurezza della società hanno cercato di far sgomberare i cittadini-manifestanti dal bosco, secondo quanto riportato dal quotidiano Hurriyet. Le guardie hanno trascinato per metri alcune persone, caricandole su un camion e chiudendole a chiave in un capannone a quattro chilometri di distanza dal sito del cantiere. Uno dei cittadini ha riportato ferite alla testa dopo essere stato centrato da un lacrimogeno sparato da un agente, ha segnalato ancora Hurriyet.

Immagini televisive hanno mostrato il capo del villaggio, Mustafa Akin, piangere in diretta e alcune anziane hanno abbracciato gli alberi prima di essere abbattuti. “Erano i miei figli”, ha raccontato una donna di 80 anni. 

Poche ore dopo gli scontri, un tribunale turco ha bocciato la decisione che autorizzava la compagnia – vicina al governo di Ankara – a prendere il controllo del bosco. Troppo tardi, perchè migliaia di alberi erano stati già sradicati. 

Greenpeace ha parlato senza mezzi termini di uno “scandalo legale” e ha annunciato che i responsabili di questo disastro saranno denunciati. “La lotta a Yirca serve a impedire danni irriversibili all’ambiente. La battaglia non è ancora conclusa”, ha dichiarato uno degli avvocati dell’associazione ambientalista, Deniz Bayram.

E’ il caso di ricordare che i ragazzi e le ragazze di Gezi Park, a Istanbul, si mobilitarono per lo stesso motivo e il 28 maggio 2013 diedero vita a una protesta che rimarrà scolpita per sempre nella storia della Turchia. Tutto cominciò quando uno sparuto gruppo di ecologisti si parò davanti alle ruspe che volevano radere al suolo i 600 alberi a ridosso di piazza Taksim, il luogo simbolo dello Stato secolare in Turchia. La reazione violenta della polizia innescò un moto di indignazione nel Paese e Gezi Park diventò un modello da contrapporre al crescente autoritarismo del governo filoislamico. Un anno dopo però di quella protesta rimane solo il ricordo.

 

Turchia: via gli alberi per far posto a una centrale, rabbia a Soma – Repubblica.it.

Coldiretti: +45% import olio oliva, straniero in 2 bottiglie su 3 – Yahoo Finanza Italia

Coldiretti: +45% import olio oliva, straniero in 2 bottiglie su 3 - Yahoo Finanza Italia

Roma, 7 nov. (askanews) – Le importazioni di olio di oliva dall’estero sono aumentate del 45 per cento rispetto allo scorso anno con un Paese come la Spagna che ha addirittura quasi quadruplicato le spedizioni verso la Penisola (273 per cento), ma sul mercato è praticamente impossibile riconoscere il prodotto straniero per la mancanza di trasparenza in etichetta. E’ la Coldiretti a lanciare l’allarme sull’invasione di olio di oliva dall’estero, sulla base dei dati Istat relativi ai primi sette mesi del 2014.

Se il trend sarà mantenuto l’arrivo in Italia di olio di oliva straniero raggiungerà nel 2014, il massimo storico con un valore pari al doppio di quello nazionale che registra un produzione attorno alle 300mila tonnellate.

“In altre parole due bottiglie su tre riempite in Italia contengono olio di oliva straniero ed occorre adottare tutte le misure necessarie per garantire trasparenza negli scambi, combattere i rischi di frodi e assicurare la possibilità di fare una scelta di acquisto consapevole ai consumatori italiani”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel chiedere di mettere a punto “una task force coordinata di controllo per l’immediata attuazione delle norme contenute nella legge “salva olio” approvata dal Parlamento”.

Il richiamo – precisa la Coldiretti – in particolare, è alle norme sul funzionamento del mercato e della concorrenza: dalla previa autorizzazione del Ministero delle Politiche agricole all’ammissione al regime di perfezionamento attivo nel caso di acquisto dai Paesi extra Ue di miscele di olio fino alla disciplina contro il segreto, che contempla l’accesso ai documenti degli uffici di sanità marittima, aerea e di frontiera delle informazioni detenute attraverso collegamenti a banche dati elettroniche. L’Italia è il primo importatore mondiale di oli di oliva che vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri.

 

Coldiretti: +45% import olio oliva, straniero in 2 bottiglie su 3 – Yahoo Finanza Italia.

La Stampa – Il maltempo si abbatte sul made in Italy. Crollo del 35% per l’olio di oliva

Crolla la produzione degli alimenti Made in Italy alla base della dieta mediterranea che fanno segnare un calo che va dal 35 per cento per l’olio di oliva al 15 per cento per il vino fino al 4 per cento del grano duro destinato alla pasta, ma cala anche il raccolto di ortofrutta sotto gli effetti del maltempo. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti presentata in occasione della Giornata del ringraziamento, nella quale tradizionalmente viene fatto il bilancio agricolo dell’anno che «è stato sconvolto da un andamento climatico del tutto anomalo con un conto sulle tavole degli italiani da 2,5 miliardi tra calo produttivo, maggiori costi per la difesa della colture e stravolgimento nei consumi».

«Se la vendemmia – sottolinea la Coldiretti – rischia di classificarsi come la più scarsa dal 1950, con una produzione di vino Made in Italy che potrebbe scendere fino a 41 milioni di ettolitri, la produzione italiana di olio di oliva è crollata attorno alle 300mila tonnellate. L’andamento dei raccolti in Italia influenza naturalmente anche i risultati produttivi a livello internazionale dove – continua la Coldiretti – la produzione mondiale di vino si dovrebbe attestare nel 2014 a 271 milioni di ettolitri con un calo del 6 per cento e il sorpasso della Francia che con 44 milioni di ettolitri torna a diventare il primo produttore mondiale davanti all’Italia. Ancora più grave la situazione per l’olio di oliva con il Consiglio Oleicolo Internazionale (Coi) che ha stimato un calo della produzione mondiale addirittura del 19 per cento per circa 2,56 milioni di tonnellate, per effetto anche del dimezzamento dei raccolti in Spagna che con un quantitativo di meno di un milione di tonnellate mantiene il primato mondiale davanti l’Italia che è però insidiata dalla Grecia».

È allarme – continua la Coldiretti – anche per la produzione italiana di pasta a causa dell’eccessiva dipendenza dell’industria nazionale per l’acquisto di grano duro dall’estero da dove arriva circa il 40 per cento del fabbisogno perché non si è avuta la lungimiranza di investire sull’agricoltura nazionale. Se in Italia i raccolti di frumento duro hanno subito una leggera flessione (-4 per cento), un calo consistente del 10 per cento si è verificato nell’Unione Europea ed un vero e proprio crollo del 27 per cento si è registrato in Canada che è il principale fornitore dell’Italia. Complessivamente secondo le stime dell’International Grains Council, la produzione mondiale dovrebbe attestarsi sui 34 milioni di tonnellate (-15 per cento). Anche per il raccolto nazionale di pomodoro da conserva per preparare polpe, passate e pelati da condimento si registra un calo delle rese per ettaro e la produzione rimane in linea con la media stagionale degli ultimi cinque anni solo perché si registra un aumento delle superfici coltivate.

Cattive notizie – spiega Coldiretti – anche sul fronte dell’ortofrutta. Se per alcune varietà le raccolte rimangono ancora da completare o non è ancora partita (mele, pere, uva da tavola, kiwi, agrumi), si stima un calo della produzione complessiva rispetto allo scorso anno. E per le castagne siamo addirittura al minimo storico con una produzione nazionale ben al di sotto dei 18 milioni di chili registrati lo scorso anno e pari ad appena 1/3 di quella di 10 anni fa. Gli effetti del crollo produttivo si fanno sentire tavola dove gli italiani – sottolinea la Coldiretti – sono i principali consumatori di pasta a livello mondiale con una media per persona di 26 chili all’anno, una quantità che è tre volte superiore a quella di uno statunitense, di un greco o di un francese, cinque volte superiore a quella di un tedesco o di uno spagnolo e sedici volte superiore a quella di un giapponese. Ma gli italiani fanno registrare acquisti da primato anche per il vino (38 litri a persona all’anno) per l’olio di oliva (12 chili a persona all’anno) e per i pomodori trasformati con circa 35 chili per persona all’anno. Anche per gli effetti dal punto di vista economico, rischiano quindi di mancare dalle tavole quei i prodotti base della dieta mediterranea che – spiega la Coldiretti – sono considerati indiscutibilmente come essenziali per garantire una buona salute, soprattutto per la crescita nelle giovani generazioni. «Per garantirsi una adeguata disponibilità di cibo nel tempo l’Italia deve difendere il proprio patrimonio agricolo e la propria disponibilità di terra fertile dalla cementificazione nelle città e dall’abbandono nelle aree marginali con un adeguato riconoscimento dell’attività agricola» ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

 

La Stampa – Il maltempo si abbatte sul made in Italy. Crollo del 35% per l’olio di oliva.

Lonely Planet’s best value travel destinations for 2014 – Lonely Planet

Lonely Planet’s best value travel destinations for 2014 - Lonely Planet

Old fortified farmhouse in Puglia, Italy. Image by Michele Galli / E+ / Getty Images.

If you’ve ever rubbed shoulders with billionaires on the Amalfi Coast or spent the weekend in Venice, you’ll know that Italy can drain travel budgets. This year, look south. Italy’s heel has arguably the best beaches in the country, hilltop towns and ancient sights. But what makes PugliaBasilicata and Calabria such good value is not just the financial side of being in this part of the country. It’s the fabulous food – cucina povera(poor man’s food), simple, tasty and cheap – and the relaxed pace of life even in peak season, coupled with good-value accommodation for all budgets.

Read more: http://www.lonelyplanet.com/travel-tips-and-articles/lonely-planets-best-value-travel-destinations-for-2014#ixzz3HoUXAt2B

Lonely Planet’s best value travel destinations for 2014 – Lonely Planet.

Best Trips 2014 — National Geographic Traveler

Best Trips 2014 -- National Geographic Traveler

Puglia, Italy

Photograph by Francesco Iacobelli, Getty Images

Where Old Ways Still Rule

Greeks and Goths, Romans and Normans, Byzantines and Venetians: All put their feet, and flags, in the heel of Italy’s boot. There, the region of Puglia stretches a strategic 250 miles along the Adriatic Sea (and 95 miles on the Ionian), making it a key connection between Italy and Europe’s east.

Today’s conquerors? The handful of cruise lines, maybe, that recently have added Puglia’s capital of Bari, once dismissed as a den of drug dealers and pickpockets, to glamorous itineraries alongside Venice and Corfu. Or the Italians who come from the north, packing Puglia’s beach-lined Salento peninsula each July and August.

But few visit Puglia beyond its most famous seaside towns, fewer still outside of the warm months. And—as proud as they are of their region’s ancient vineyards and medieval castles, cone-roofed trulli dwellings and white-sand beaches—many locals seem surprised by tourists’ attention. “If you go to Tuscany nowadays, you have to know where to go and what to do to have an off-the-beaten-path experience,” says Antonello Losito, a Bari native and the owner of tour companySouthern Visions Travel. “But Puglia is always off the beaten path.” By the time the sun sets on even the busiest summer day in Bari, cruise passengers have fled back to their buffets, and locals swell the town’s narrow streets and cobblestoned piazzas in their stead. Old men clutching canes chat in the distinctive local dialect. The scent of ragù floats through open doorways, blocked from the street only by hanging blankets. Families push strollers. Laundry flaps from windows.

Will Puglia change? Probably, someday. But not yet. For now, Puglia boasts the best of southern Italy: the pace, the traditions, the beauty. Unconquered. —Amanda Ruggeri

Travel Tips

When to Go: Visit in October or November, when summer tourists are long gone and the olive harvest is in full swing. Celebrate Carnival season in Putignano, which hosts one of Europe’s oldest and longest pre-Lenten festivals (dating back to 1394 and beginning each year on December 26).

How to Get Around: Fly into Bari or Brindisi. Once in Puglia, travel the region aboard the national and semiprivate trains that run along the coast and into the interior.

Where to Stay: With its ancient tower and fortified whitewashed walls, upscaleMasseria Torre Coccaro appears to be more fortress than farmhouse. Set among olive groves and almond trees, the seaside boutique hotel has 39 luxurious rooms and suites appointed with antiques. Breakfast is included, and there’s an onsite cooking school and a shuttle to the nearby beach club (and the hotel’s private yacht). Tower suites have the best Adriatic Sea views, and the Orange Grove Suite (a whitewashed hideaway built inside an ancient cave) with outdoor private terrace and pool is the most secluded.

Where to Eat or Drink: Pizzeria Enzo e Ciro is a no-frills Bari favorite for its thin-crust pies baked in a traditional wood-fired oven. Eat in (if tables aren’t available, there’s a stand-up counter at the back of the restaurant) or take out a whole classic pizza topped with buffalo mozzarella, tomato, and basil. Or choose from a lengthy list of topping options, including Nutella, bacon, and housemadestracciatella, Puglia’s own rich and tangy cheese made from strands of mozzarella soaked in heavy cream.

What to Buy: Shop for traditional Salentine crafts—cartapesta (papier-mâché) figurines, marsh-reed baskets, Leccese stone carvings, and wrought-iron candlesticks—at the city-run Mostra Permanente dell’Artigianato Salentino(Consortium of Craftsman of Lecce) in Lecce and at Terrarossa in Nardò.

Cultural Tip: When in doubt, smile and say prego. The multitasking word has multiple meanings, including “You’re welcome,” in response to grazie; “You’re welcome to” or “Please do,” as an invitation to do something; “Can I help you?” or “What would you like to order?”; and “Go ahead” or “Help yourself.”

What to Read or Watch Before You Go: While not set in Puglia, E.M. Forster’sRoom With a View and Giuseppe di Lampedusa’s Leopard are timeless introductions to Italian life and culture.

Helpful Link: Puglia Tourism

Fun Fact: Alberobello in southern Puglia is the city of fanciful trulli, which are clustered in a settlement dating back to the mid-14th century. The fairytale landscape, a UNESCO World Heritage site, includes several trulli restored asvacation rentals.

Insider Tip From Amanda Ruggeri: For the best of authentic Puglia, stay at amasseria, a working farmhouse that’s traditionally been fortified against attacks by pirates or Turks (a serious local issue until the 19th century!). Bonus: Masseriethat are B&Bs often also serve up home-cooked meals from their own produce.

Explore the hidden gems of Puglia on a National Geographic Expedition to southern Italy. >>

Best Trips 2014 — National Geographic Traveler.

Italy’s magical Puglia region | New York Post

Italy’s magical Puglia region | New York Post

If your doctor has ever told you about the healing power of wine, head to the heel.

We’re talking about Puglia, the region jutting out at the heel of Italy’s boot, nestled between the Adriatic and Ionian Seas.

Puglia is a little more rustic than other parts of Italy. Its major cities like Bari, Lecce and Trani are a lot smaller and less trafficked by tourists than, say, Milan or Venice.

But what you can sample, instead, are some quality, inexpensive wines (most are less than 20 euros), in the country’s third biggest wine-producing region, which boasts about 30 different indigenous grapes.

There are big and small wineries operated by friendly Italians that are free and open to the grape-guzzling public (although one should call before stopping by, they all advise).

In San Pancrazio Salentino is the Tenute Mater Domini winery, which opened in 2003 and offers an array of reds, whites and rosés, our favorite being the Casili — red wine that is 95 percent Negroamaro, one of the most popular local grapes.

After lunch in Lecce — try Persone, an underground restaurant, bar and B&B in a former synagogue that offers a buffet of pastas, vegetables and salumi at extremely reasonable prices — the effects of the alcohol you drank might have worn off.

We suggest getting your buzz back at Leone de Castris, one of the oldest wineries in Puglia (it dates back to 1665), which is also the first winery to use the Negroamaro to make a rosé. Called Five Roses, it’s 90 percent Negroamaro, 10 percent Black Malvasia grapes.

Unlike many others in Puglia, this winery is decked out with portraits and busts of former owners, and on the second floor of the building they’ve adorned their tasting room with old wine presses. After giving their Five Roses a sip, we recommend the Salice Salentino 2009 Riserva, an almost smoky red (also a 90/10 split of Negroamaro and Black Malvasia) with hints of blackberry, black cherries, basil and spice.

And there are other rosés worth trying. Mottura, a winery in a 19th-century country house, offers a pink rosé one of their Le Pitre brand wines, which has nice fruitiness (a little strawberry? a little cherry?) and crispness.

Of course, Puglian wine is not all Negroamaro. At the Vigne & Vini winery there are some excellent Primitivo wines (Primitivo being a genetic clone of the Zinfandel). Their Moi Primitivo Puglia has, along with its red fruit, hints of plum jam and licorice.

Some of the wineries are bigger and more grandiose than others, and one definitely gets a sense of the vastness of these (and just how big an industry wine is) walking amongst the 1,000 or so oak barrels in Bocca di Lupo’s cask room. Bocca di Lupo (“mouth of the wolf”) is one of two estates that the wine producer Tormaresca has, and the one in Puglia is in the Castel Del Monte region. Try their Aglianico, a black grape, originally from Greece, which yields a rich, peppery, nicely acidic red wine.

Hopping from winery to winery, one sees how lush the landscape is; the fields are crammed with vineyards and olive trees. One of the best ways to take this all in is to spend your days at one of the country farmhouses known as masserias.

Masseria Potenti (from 160 euros) is a 12-suite compound deep in a green, rustic area near Taranto in the middle of the region (but not so rustic that it didn’t have a swimming pool).

In Trani, Corteinfiore (from 70 euros) is both a six-room hotel and a restaurant, offering excellent pastas and seafood.

And don’t miss the Rivera winery, which is run by the president of the Puglia wine consortium, Sebastiano de Corato, whose grandfather started the winery 60 years ago. Take a sip of the Puer Apuliae, a rich, Nero di Troia red wine, or the Cappellaccio, an Aglianico, and you’ll be knocked off your heels.

Italy’s magical Puglia region | New York Post.